b

Lotta all’invecchiamento: portiamo la ricerca negli ambulatori

di Francesca Tozzi

Di recente è stata data la notizia che l’Italia si è messa alla guida di una ricerca europea volta a prevenire il fenomeno del depauperamento dei muscoli e delle ossa nell’anziano per garantirgli una maggiore autonomia e qualità della vita. I soggetti presi a campione, tutti ultrasettantenni ma in buona salute, verranno supportati con programmi di attività fisica ad hoc, diete personalizzate e fisioterapia per verificare l’efficacia di un approccio integrato al problema. Quanto è importante questa ricerca e quanto resta ancora da fare per rallentare il deterioramento fisico, ma anche mentale e psiclogico di una fascia d’età, la terza, destinata a diventare sempre più consistente e rappresentativa? Lo abbiamo chiesto al dottor Filippo Ongaro, medico d’avanguardia e inno­va­tore nella medi­cina preventiva e anti-aging.

Vuole commentare la notizia?

Noto con piacere che la geriatria si sta allontanando da un modello di anziano rassegnato all’immobilità e che la ricerca fa passi avanti. Da tempo si utilizza lo spazio per lo sviluppo di nuove metodiche di rafforzamento di muscoli, equilibrio e postura e questo ha portato a dei risultati. In ambito ospedaliero si comincia a superare l’approccio iperspecialistico: quando il paziente è grave e si capisce, cioè, che la singola specialità non è in grado di affrontare nella sua completezza una problematica, viene trattato da team multidisciplinari con un approccio integrato ma in questo senso ancora si fa troppo poco per quanto riguarda la prevenzione. Non basta dire al paziente “mangia un po’ meno e muoviti di più”. Quindi qualsiasi progetto che abbia come ambizione finale quella di offrire in chiave preventiva un pattern integrato di dieta e attività fisica

io aggiungerei tecniche di rilassamento e training autogeno,  yoga e meditazione, per aiutare la persona ad avere un buon contatto con se stessa e a gestire ansia e stress, molto presenti nell’anziano

– non può che essere positivo. Mi fa anche piacere che il termine anti-aging, invece di essere deriso e criticato, venga associato a un diverso modo di vedere le cose. Fermare il tempo non si può ma qualsiasi individuo maturo, adeguatamente informato e supportato dai servizi sanitari territoriali, può fare già molto per la sua salute nella terza età.

A che punto è il nostro Paese dal punto di vista della “lotta all’invecchiamento”?

Diciamo che ci siamo un po’ seduti su dati e fattori che credevamo ci rendessero migliori e più protetti. Falsi miti, dalla dieta mediterranea, che garantisce longevità ma che in realtà non fa più nessuno, al modello della vita contadina basata sul lavoro fisico e i ritmi naturali, modello ormai anacronistico. Nella realtà siamo diventati sedentari, pesanti e stressati. La percentuale di obesità e sovrappeso nei bambini italiani è preoccupante. Le prospettive non sono rosee. Anche in termini di investimento in prevenzione l’Italia è in coda nella lista dei Paesi sviluppati.

Negli Stati Uniti, che noi abbiamo sempre visto come patria di obesi mangiatori di fast food, c’è stata una risposta in termini salutistici e riduzione dei fattori di rischio molto più forte rispetto all’Europa.

Cosa dovrebbe fare l’Europa per recuperare?

Fare nuovi studi va benissimo ma bisogna che questi diano luogo a dei progetti applicati. Diciamocelo, di studi se ne accumulano milioni ogni anno poi però si continuano a dire le stesse baggianate ai pazienti quando vanno negli ambulatori: le ricerche devono portare a qualcosa di concreto che vada al di là di un bel finanziamento e di una bella pubblicazione. Sarebbe bello, per esempio, che questo progetto europeo prevedesse la formazione di un certo numero di medici di base in grado, dopo i risultati dello studio, di applicare questo protocollo sui loro pazienti over sessanta. Quindi non solo dati interessanti ben comunicati ma destinati a rimanere in archivio bensì strumenti per cambiare le cose. Per questo gli studi e le ricerche dovrebbero avere un obbligo applicativo se ai occupano di problemi specifici. Nel caso sopra citato, se emergesse un protocollo evidente, potrebbe diventare un programma educativo per i medici generali che hanno una forte richiesta di questo tipo di approccio rispetto al paziente di una certa età ma ancora non sanno come muoversi. Preoccupiamoci meno di fare bella figura e più di calare questi risultati nella realtà quotidiana delle persone e degli ambulatori. E adottiamo un vero approccio olistico che non consideri solo la forza di muscoli e ossa ma anche quella psicologica.

Anche nell’ambito di questa ricerca che si occupa di sarcopenia?

Certo. Se dalla ricerca venisse fuori che l’approccio integrato di attività fisica e giusta alimentazione agisce bene sul mantenimento della massa muscolare non ne sarei stupito, non è una grande novità. Invece la fragilità emotiva, l’ansia e la depressione sono sintomi spesso sottovalutati nell’anziano – si da per scontato che abbia un umore più depresso e sia psicologicamente più fragile – ma sono sintomi che, però, possono portare a una spirale: la persona si lascia andare, non ha più stimoli, si muove sempre di meno e riduce, fino ad azzerare, la vita sociale. Un anziano depresso, debole e solo che si chiude in casa e in se stesso può pensare che sia una cosa normale alla sua età. E la società glielo conferma. A che serve, allora, prolungare la vita fino a 90 anni se la sua qualità è compromessa 20 anni prima?

© RIPRODUZIONE RISERVATA