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Giuseppe Cimarosa: il ragazzo che ha detto “no” al boss Matteo Messina Denaro

di Francesca Tozzi

Selinunte, fusione magica di mare, vegetazione, arte e storia, sito archeologico, antica città greca posta sulla costa sud-occidentale della Sicilia, un incanto senza tempo. Le vestigia della città si trovano sul territorio del Comune di Castelvetrano, citato, purtroppo, meno spesso per le bellezze artistiche che ospita e più spesso per il potente boss mafioso latitante Matteo Messina Denaro, che ancora condiziona la vita di chi vi abita e di cui parte della cittadinanza è fiera. Non così Giuseppe Cimarosa, figlio della cugina di primo grado del boss, che ha deciso di prendere le distanze da quel nome in maniera pubblica e definitiva partecipando lo scorso febbraio alla Leopolda sicula, convention del Pd Sicilia, e usando i media come cassa di risonanza, partecipando a programmi televisivi, raccontando ai principali giornali la sua storia. Il suo percorso comincia, però, molto prima.

Giuseppe, come è stato crescere a Castelvetrano in queste condizioni?

Difficile, anche se devo dire che i miei genitori mi hanno cresciuto lontano da tutto questo. Nonostante la parentela non c’è stata una vera frequentazione con la famiglia Messina Denaro. Mia madre e quel suo cugino non si sono parlati per trent’anni. Più difficile era la situazione di mio padre: faceva l’imprenditore edile a Castelvetrano essendo marito della cugina del boss quindi si è trovato a dovere pagare il pizzo, per quanto richiestogli più morbidamente, per poter continuare a lavorare e vivere in città. Cosa avrebbe potuto fare: denunciare i suoi parenti? Già è difficile sottrarsi al pizzo in condizioni normali. Io sapevo del suo parziale coinvolgimento nel meccanismo ma non ne conoscevo i dettagli perché lui ha sempre cercato di tenermene distante il più possibile.

Così hai deciso di andartene?

Sono andato via molto prima perché ho capito che ero una voce fuori dal coro e che quello che avevo da dire era troppo forte per essere ascoltato in questo ambiente. Ho vissuto dieci anni a Roma, ho pensato a me. Quando sono tornato tre anni e mezzo fa, la situazione era peggiorata: mio padre riceveva continue richieste di denaro allo scopo di far fallire la sua ditta per cui era pieno di debiti cui si sono aggiunti l’arresto e la galera. Dopo il suo ultimo arresto, nel dicembre del 2013, ha scelto da subito di collaborare con i magistrati. È stato un gesto forte e inaspettato che ha spezzato una catena antica. A me questo suo gesto ha cambiato la vita: ero andato da lui al primo colloquio in carcere per salutarlo definitivamente e tornarmene a Roma. Ho deciso di rimanere e di trovare un modo per sostenerlo, per rafforzare questa sua scelta coraggiosa. Volevo togliermi questo macigno di dosso perché quando sei legato a un nome così sei responsabile anche se in pratica non hai alcun legame. Ci siamo trovati completamente isolati, odiati dai mafiosi, abbandonati dai parenti che ci si sono rivoltati contro e poi da quella parte della società che non ha approvato “il tradimento”. La cosa più triste e inaspettata è che le stesse associzioni anti-racket e anti-mafia, cui avevo chiesto aiuto e che all’inizio mi avevano tenuto a distanza, anche dopo aver dimostrato le mie ragioni, non mi hanno considerato e hanno fatto finta che la mia storia non esistesse.

In che modo si è manifestato questo ostracismo?

Considera che io ho sempre amato i cavalli. Il nostro maneggio con scuola di equitazione era frequentato da più di sessanta allievi: improvvisamente sono spariti tutti, e si sono pure portati via i cavalli. Siamo rimasti in quattro e abbiamo dovuto ricominciare da capo. Ci è venuta voglia di mollare tutto e andarcene. Se siamo riusciti a rimanere in piedi è perché siamo una comunità di persone unite dagli stessi valori, legate alla nostra terra e desiderose di portare avanti il maneggio, il lavoro con i cavalli e il nostro progetto di teatro equestre, anche gratis. Ma soprattutto desiderose di vivere a testa alta, libere.

Nel frattempo ho continuato a muovere le acque finché non ho trovato un contatto con un giornalista che mi ha proposto un articolo che è uscito sul Giornale di Sicilia. Da quel momento i media hanno cominciato a interessarsi e a darci voce, a valorizzare il fatto che – a differenza di certe iniziative contro la mafia che sono solo di facciata e mosse da intenti politici o propagandistici –

la nostra presa di posizione ha messo in gioco le nostre esistenze e il nostro lavoro, il fatto che non abbiamo voluto pesare sullo Stato accettando il programma di protezione, il fatto che abbiamo scelto di rimanere nella nostra città, nonostante tutto, e di continuare a viverci con la massima dignità possibile.

Sono sempre più convinto che la lotta alla mafia si debba fare singolarmente, tutti i giorni, con degli atti concreti. Ognuno troverà il suo modo.

L’atteggiamento della gente sta cambiando?

Castelvetrano è divisa in tre parti. Ci sono quelli convinti che la mafia sia meglio dello Stato perché garantisce loro lavoro e protezione; quelli che se ne fregano e si limitano a chiacchierare; quelli che sono stanchi di questo retaggio pesante e se ne vogliono liberare, la gente per bene, le nuove generazioni: sono tanti e hanno capito l’importanza del mio gesto. A poco a poco le persone sono tornate e così il lavoro. Adesso i soci del club sono quasi sessanta a condividere il lavoro con i cavalli, gli spettacoli e le altre attività anche se il team di lavoro è composto da otto persone. È tutto autogestito. Non guadagniamo ancora ma stiamo lavorando bene e la situazione è via via migliorata rispetto all’inizio.

Dimmi qualcosa di più della tua attività

Nel nostro maneggio siamo animati da una passione comune che coinvolge tutte le età. C’è la scuola di equitazione e l’ippoterapia. Queste due cose le abbiamo fuse nel progetto di teatro equestre nel quale coinvolgo più o meno tutti, adulti e bambini. Come artista mi capita spesso di portarmi dietro i ragazzini negli spettacoli di piazza; ho tirato su un gruppo forte di bambini che fanno volteggio acrobatico sui cavalli e che sono ormai a tutti gli effetti dei professionisti. Poi da qui nascono anche dei progetti teatrali grossi portati avanti con professionisti e che si fondono con il territorio, come “Mosko” che rifaremo ad agosto davanti al tempio di Segesta.

Quanto sono importanti per te i cavalli?

Se non avessi avuto i cavalli, questo mio progetto, io non ce l’avrei mai fatta a portare avanti una scelta di vita così difficile e dolorosa. Anche nei momenti di maggior scoraggiamento, non ho mai abbandonato i miei sogni. Con il teatro equestre ho creato un mondo alternativo, qualcosa di completamente nuovo che mi ha permesso di mettere insieme i miei studi classici in archeologia, l’amore per i cavalli e quello per la mia terra. Io sono nato imbevuto di grecità perché sono nato qui: per me Selinunte è sempre stata la cosa di cui andare più orgoglioso. E ho sempre sognato di essere protagonista di una rivoluzione, qualcosa di buono che potesse servire a cambiare la mia terra. Questo sogno si è realizzato grazie a un atto creativo ma soprattutto grazie a mio padre che mi ha dato il coraggio di dare vita al mio progetto e il coraggio di dichiarare apertamente la mia posizione, mostrando che

non esiste solo la via del male minore, del compromesso o quella della fuga ma anche quella della libera realizzazione dei propri progetti e della libera espressione del proprio pensiero, per quanto alto possa esserne il prezzo.

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