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Moda sostenibile: 6 aziende italiane si impegnano a essere Detox

di Chiara Bondioli

L’industria della moda ha un impatto sulle persone, sull’ambiente e sulla nostra pelle. Un dato di fatto documentato dai danni ambientali provocati in molte zone del mondo come nel distretto di Xin Tang in Cina dove i corsi d’acqua hanno assunto riflessi bluastri dovuti allo sversamento di sostanze coloranti provenienti da 15 mila laboratori dove ogni anno si producono circa 200 milioni di paia di jeans.

Un danno ambientale si riverbera anche sulla salute delle persone, sia sui lavoratori sia sugli abitanti della zona affetti da  problemi respiratori, eruzioni cutanee e con un alto rischio di malformazioni per i neonati. Per non parlare della sicurezza dei lavoratori che in queste fabbriche non è certo un tema prioritario, come testimonia la tragedia di Rana Plaza in Bangladesh dove sono morti 1100 operai. A questo si aggiungono anche i problemi alla salute della pelle: circa 700 mila persone hanno sviluppato una dermatite a causa dei residui chimici rimasti nelle fibre tessili.

Proprio con l’obiettivo di disintossicare la moda, Greenpeace continua la sua campagna Detox con il progetto #TheFashion Duel, lanciato all’Alta moda due anni fa. Che oggi registra l’impegno per la produzione di tessuti e accessori liberi da sostanze tossiche delle aziende Miroglio, Berbrand, Tessitura Attilio Imperiali, Italdenim, Besani e Zip, sei importanti produttori del comparto tessile italiano.

Foto di Greenpeace GL torino. Licenza Creative Commons

Foto di Greenpeace GL torino. Licenza Creative Commons

Greenpeace ha chiesto e ottenuto da queste aziende non solo l’adesione all’impegno Detox per il futuro, ma anche la pubblicazione dei risultati del lavoro svolto finora in questa direzione.

Già da oggi, infatti, otto, degli undici gruppi di sostanze chimiche pericolose che secondo Greenpeace è urgente eliminare aderendo a Detox, sono fuori dalle filiere e dai prodotti di queste aziende, tra questi gli ftalati e i nonilfenoletossilati, interferenti endocrini che, una volta rilasciati nell’ambiente, possono avere potenzialmente effetti dannosi sul sistema riproduttivo, ormonale o immunitario.

Per avere un’idea dell’impatto delle sei aziende in termini diproduzione, Greenpeace ha calcolato che, solo nel 2013, queste hanno prodotto circa 7 milioni di metri lineari di tessuti, pari alla distanza tra Roma e New York, 40 milioni di metri di tessuti stampati, pari alla circonferenza terrestre, 35 milioni di bottoni e zip, pari a oltre il triplo degli abitanti della Lombardia. Complessivamente i capi di abbigliamento su cui l’impegno Detox influisce direttamente o indirettamente sono 70 milioni all’anno.

«Il Gruppo Miroglio negli ultimi anni ha dato seguito ad importanti investimenti in nuove tecnologie di stampa di ultima generazione nell’ottica dell’eco-sostenibilità presso gli stabilimenti Miroglio Textile di Govone e Alba, con notevoli riduzioni di consumo di acqua, energia ed emissione CO2. Siamo pertanto già all’interno di questo percorso ed intendiamo portare avanti nel tempo questa filosofia in modo serio e responsabile» ha dichiarato Giuseppe Miroglio, presidente del gruppo Miroglio, che oltre ad essersi impegnato all’eliminazione delle sostanze tossiche con la propria divisione Miroglio Textile ha esteso a livello di gruppo la decisione di aderire a Detox. Oggi, infatti, anche Miroglio Fashion aderisce al processo Detox per i propri marchi di moda che si aggiungono alle fila di quelli che già hanno scommesso su un futuro libero da sostanze tossiche come Zara, Benetton ed H&M.

«I tessuti e gli accessori prodotti da queste filiere saranno utilizzati anche da quei marchi del lusso che continuano a ignorare l’impatto che i loro vestiti hanno sull’ambiente e sulla salute di tutti noi. A questi marchi diciamo che la rivoluzione Detox è già iniziata e Greenpeace, insieme a milioni di consumatori e a marchi come Valentino, Benetton, Burberry, Zara e adesso l’industria del tessile, non intende fermarla. Quando il mercato si muove, solo i miopi rimangono indietro. Cosa aspettano Versace, Gucci, Louis Vuitton e Dolce&Gabbana a passare dalla parte di coloro che garantiranno al Pianeta e alle nuove generazioni un futuro libero da sostanze tossiche?” conclude Chiara Campione responsabile del progetto #TheFashionDuel.

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