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The China Study: perché non convince

The China Study è un libro uscito nel 2005 con i risultati di un lungo progetto di ricerca diretto dal biochimico T. Colin Campbell e di cui si è parlato di recente in occasione del China Study Tour, che ha visto la sua presenza nella tappa finale. Noto come la “bibbia dei vegani” per la correlazione che istituisce fra il consumo di proteine animali e una serie di malattie degenerative, il testo nasce da un’impressionante quantità di dati raccolti in Cina negli anni Ottanta, in zone rurali e urbane:

ha considerato 367 variabili e ha analizzato oltre 8.000 correlazioni fra essi e la salute della popolazione.

Si tratta di un imponente studio epidemiologico che, mettendo in relazione il cibo e lo stile di vita del campione analizzato con l’incidenza di alcune patologie come cancro, diabete e malattie cardiovascolari, vuole dimostrare come

un’alimentazione basata sui vegetali possa non solo ridurre il rischio di contrarle ma anche arrestare e invertire il loro sviluppo.

Sotto accusa sono principalmente la carne, i latticini e i grassi di origine animale. La tesi è affascinante ma nei dieci anni seguiti alla sua pubblicazione ha anche suscitato parecchie controversie. Tra i dubbiosi ci sono l’AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro) e il dottor Filippo Ongaro, medico e nutrizionista, che ne condivide molte critiche. Per esempio, sul numero di variabili e correlazioni studiate, eccessivo poiché a livello statistico permetterebbe di dimostrare qualsiasi teoria preconcetta, ma anche sul metodo utilizzato per collegare le possibili cause con gli effetti.

E poi c’è il fatto che, pur essendo diventata un caso editoriale, la ricerca di Campbell non è stata pubblicata su riviste scientifiche a firma della totalità dei ricercatori che vi hanno preso parte né è stata valutata secondo il metodo del peer-review (la valutazione fra pari, ovvero la procedura di selezione di articoli e progetti di ricerca da parte dei membri della comunità scientifica). «Per questo non si tratta di uno studio scientifico vero e proprio ma di un libro – spiega il dottor Ongaro – ed è un libro che mi convince poco. Tra l’altro molti degli scienziati che hanno partecipato alla ricerca si sono poi rifiutati di dare il loro endorsement ai risultati così compilati e presentati da Campbell. Non mi piace il fatto che si prendano i dati relativi a un certo tipo di popolazione con un certo tipo di dieta e si generalizzino a mo’ di soluzione globale. Il rischio è far diventare The China Study un puro esercizio ideologico».

Non c’è niente di buono in questo libro?

Si tratta di un lavoro svolto negli anni Ottanta e citarne i risultati oggi non mi sembra che abbia molto senso. E non è neanche una novità: da tempo si sa che un certo tipo di proteine e di grassi possono avere un effetto sulla salute. Si sa anche peraltro che dal punto di vista della risposta molecolare non c’è differenza fra le proteine animali e vegetali

In che senso?

Se di un alimento proteico si considerano solo le proteine e non le altre sostanze di cui è composto (per esempio la quantità e qualità dei grassi), l’effetto di queste sui fattori di crescita e quindi sul potenziale rischio di tumore è lo stesso che hanno le proteine di tipo vegetale. Le proteine stesse alla fine vengono scomposte e metabolizzate in aminoacidi quindi è difficile attribuire a una proteina, come l’incriminata caseina, un ruolo molecolare così importante perché sono i singoli aminoacidi ad agire a livello cellulare. E le proteine vegetali sono anch’esse composte da aminoacidi. Semplificare le cose e trovare un singolo colpevole è sempre stato il miglior modo di fare rumore vendendo informazioni scorrette. Se nel libro si dicesse di ridurre nella dieta le quantità di grassi e proteine animali a favore di frutta, verdura e cereali integrali così come di limitare al minimo le carni rosse e aumentare l’apporto dei vegetali, direi che sono strategie condivisibili ma va ben oltre. Io dico: magari fosse la caseina la causa dei tumori, magari fossero le proteine animali le responsabili uniche di diabete e infarti. Avremmo risolto molti problemi. Le cose non sono mai così semplici.

Il lavoro di Campbell ha suscitato molto entusiasmo nei lettori di tutto il mondo, meno nella comunità scientifica…

Diciamo che sono usciti studi su peer-review che vanno in altra direzione. Ce n’è uno, per esempio, che è stato pubblicato di recente sull’American Journal of Clinical Nutrition che sostiene esattamente il contrario ovvero che nella popolazione cinese non esiste alcuna relazione fra il consumo di carne e la maggior incidenza di patologia oncologica. Nel famoso studio Epic, molto citato dai vegani, le popolazioni più protette risultano quelle che mangiano grandi quantità di verdura e pesce, quindi non sono le proteine animali a essere colpevoli, semmai solo un certo tipo. Della stessa carne rossa, che di recente è balzata agli onori della cronaca, non va dimenticato che

a determinare la sua tossicità sono il tipo di carne (una cosa è un bovino allevato in modo intensivo con uso di farmaci, altra una Chianina cresciuta all’aperto), i grassi che si accompagnano alle sue proteine, gli additivi usati nella sua lavorazione, le quantità e, non ultimi, i metodi di cottura.

Le proteine hanno molte funzioni nell’organismo e non possono essere etichettate solo come precursori del cancro: per questo non sono da eliminare ma va calcolata la loro corretta dose all’interno di un’alimentazione completa e bilanciata.

Nel libro si dice che la dieta tradizionale cinese comprendeva solo 4 grammi di proteine animali al giorno contro i 71 della dieta occidentale. Il dato viene messo in relazione con la minor incidenza di ictus, ipertensione, cancro e diabete

Ma come si fa a stabilire che questa è la ragione della minor incidenza delle cosiddette malattie dell’abbondanza? Questi sono studi di tipo osservazionale: non creano relazioni di causa-effetto. Forse la popolazione delle zone rurali aveva anche un buon patrimonio genetico, respirava un’aria migliore, aveva uno stile di vita più in linea con i ritmi della natura, si muoveva di più (non dimentichiamo che nelle comunità rurali gli anziani non vengono isolati o esclusi ma svolgono un ruolo socialmente attivo).

Com’è che la caseina fra i cinesi sarebbe causa di tumori e poi le zone della Barbagia e dell’Ogliastra in Sardegna (dove la dieta comprende molti latticini) sono tra le zone più ricche di centenari?

Forse lì la caseina ha un altro effetto? E gli abitanti di Okinawa, altra zona di grande longevità, non consumano forse molto pesce? Mettendo a confronto i dati ottenuti dalle popolazioni rurali che lavoravano la terra e mangiavano cibi locali con quelli dell’americano medio (negli anni Ottanta negli Stati Uniti si mangiava davvero male), è normale che si siano ottenuti dei risultati eclatanti. Avrebbe avuto più senso mettere a confronto una dieta pulita, senza schifezze, con i grassi giusti, tanta verdura e proteine animali selezionate con una dieta del tutto priva di proteine animali, ma questi studi ancora non ci sono. Nell’attesa, è giusto dire che mangiare molta verdura fa bene ma è presto per sostenere che la dieta vegana sia in assoluto la scelta migliore dal punto di vista medico.

Lotta all’invecchiamento: portiamo la ricerca negli ambulatori

Di recente è stata data la notizia che l’Italia si è messa alla guida di una ricerca europea volta a prevenire il fenomeno del depauperamento dei muscoli e delle ossa nell’anziano per garantirgli una maggiore autonomia e qualità della vita. I soggetti presi a campione, tutti ultrasettantenni ma in buona salute, verranno supportati con programmi di attività fisica ad hoc, diete personalizzate e fisioterapia per verificare l’efficacia di un approccio integrato al problema. Quanto è importante questa ricerca e quanto resta ancora da fare per rallentare il deterioramento fisico, ma anche mentale e psiclogico di una fascia d’età, la terza, destinata a diventare sempre più consistente e rappresentativa? Lo abbiamo chiesto al dottor Filippo Ongaro, medico d’avanguardia e inno­va­tore nella medi­cina preventiva e anti-aging.

Vuole commentare la notizia?

Noto con piacere che la geriatria si sta allontanando da un modello di anziano rassegnato all’immobilità e che la ricerca fa passi avanti. Da tempo si utilizza lo spazio per lo sviluppo di nuove metodiche di rafforzamento di muscoli, equilibrio e postura e questo ha portato a dei risultati. In ambito ospedaliero si comincia a superare l’approccio iperspecialistico: quando il paziente è grave e si capisce, cioè, che la singola specialità non è in grado di affrontare nella sua completezza una problematica, viene trattato da team multidisciplinari con un approccio integrato ma in questo senso ancora si fa troppo poco per quanto riguarda la prevenzione. Non basta dire al paziente “mangia un po’ meno e muoviti di più”. Quindi qualsiasi progetto che abbia come ambizione finale quella di offrire in chiave preventiva un pattern integrato di dieta e attività fisica

io aggiungerei tecniche di rilassamento e training autogeno,  yoga e meditazione, per aiutare la persona ad avere un buon contatto con se stessa e a gestire ansia e stress, molto presenti nell’anziano

– non può che essere positivo. Mi fa anche piacere che il termine anti-aging, invece di essere deriso e criticato, venga associato a un diverso modo di vedere le cose. Fermare il tempo non si può ma qualsiasi individuo maturo, adeguatamente informato e supportato dai servizi sanitari territoriali, può fare già molto per la sua salute nella terza età.

A che punto è il nostro Paese dal punto di vista della “lotta all’invecchiamento”?

Diciamo che ci siamo un po’ seduti su dati e fattori che credevamo ci rendessero migliori e più protetti. Falsi miti, dalla dieta mediterranea, che garantisce longevità ma che in realtà non fa più nessuno, al modello della vita contadina basata sul lavoro fisico e i ritmi naturali, modello ormai anacronistico. Nella realtà siamo diventati sedentari, pesanti e stressati. La percentuale di obesità e sovrappeso nei bambini italiani è preoccupante. Le prospettive non sono rosee. Anche in termini di investimento in prevenzione l’Italia è in coda nella lista dei Paesi sviluppati.

Negli Stati Uniti, che noi abbiamo sempre visto come patria di obesi mangiatori di fast food, c’è stata una risposta in termini salutistici e riduzione dei fattori di rischio molto più forte rispetto all’Europa.

Cosa dovrebbe fare l’Europa per recuperare?

Fare nuovi studi va benissimo ma bisogna che questi diano luogo a dei progetti applicati. Diciamocelo, di studi se ne accumulano milioni ogni anno poi però si continuano a dire le stesse baggianate ai pazienti quando vanno negli ambulatori: le ricerche devono portare a qualcosa di concreto che vada al di là di un bel finanziamento e di una bella pubblicazione. Sarebbe bello, per esempio, che questo progetto europeo prevedesse la formazione di un certo numero di medici di base in grado, dopo i risultati dello studio, di applicare questo protocollo sui loro pazienti over sessanta. Quindi non solo dati interessanti ben comunicati ma destinati a rimanere in archivio bensì strumenti per cambiare le cose. Per questo gli studi e le ricerche dovrebbero avere un obbligo applicativo se ai occupano di problemi specifici. Nel caso sopra citato, se emergesse un protocollo evidente, potrebbe diventare un programma educativo per i medici generali che hanno una forte richiesta di questo tipo di approccio rispetto al paziente di una certa età ma ancora non sanno come muoversi. Preoccupiamoci meno di fare bella figura e più di calare questi risultati nella realtà quotidiana delle persone e degli ambulatori. E adottiamo un vero approccio olistico che non consideri solo la forza di muscoli e ossa ma anche quella psicologica.

Anche nell’ambito di questa ricerca che si occupa di sarcopenia?

Certo. Se dalla ricerca venisse fuori che l’approccio integrato di attività fisica e giusta alimentazione agisce bene sul mantenimento della massa muscolare non ne sarei stupito, non è una grande novità. Invece la fragilità emotiva, l’ansia e la depressione sono sintomi spesso sottovalutati nell’anziano – si da per scontato che abbia un umore più depresso e sia psicologicamente più fragile – ma sono sintomi che, però, possono portare a una spirale: la persona si lascia andare, non ha più stimoli, si muove sempre di meno e riduce, fino ad azzerare, la vita sociale. Un anziano depresso, debole e solo che si chiude in casa e in se stesso può pensare che sia una cosa normale alla sua età. E la società glielo conferma. A che serve, allora, prolungare la vita fino a 90 anni se la sua qualità è compromessa 20 anni prima?

Formiamo i giovani per avere anziani sani di corpo e di mente

La medicina anti-aging è un nuovo approccio medico che tiene conto degli aspetti genomici, molecolari, metabolici, psicologici e comportamentali di ogni singolo individuo con l’obiettivo di scoprire, prevenire e trattare le patologie legate all’invecchiamento e di rallentare il declino dell’organismo umano. Partendo da una nuova visione dell’organismo come un unico sistema e non una semplice collezione di organi indipendenti, riconosce che le manifestazioni patologiche del nostro corpo spesso vengono meglio curate se affrontate simultaneamente e in modo integrato. Su questo filone si muove sempre più spesso la ricerca come dimostra l’esempio del recente progetto europeo a guida italiana per la prevenzione della fragilità muscolare e ossea nell’anziano. Secondo il dottor Filippo Ongaro, medico esperto in medi­cina preventiva e anti-aging, è necessario fare di più per garantire una miglior qualità della vita nella terza età.

Qual è la prima cosa da fare?

Cambiare mentalità: non è più concepibile che passino trent’anni prima che il risultato di una ricerca si trasferisca nella pratica degli ambulatori su un territorio come l’Italia. La ricerca va applicata e la scuola deve educare per tempo a questi temi altrimenti, nonostante fior di studi e articoli su come prevenire il decadimento fisico e cognitivo, fra 20 anni saremo ancora qui a parlare delle stesse cose. Le parole, scritte o dette, sono importanti ma è il fare che fa la differenza nella vita della gente. Alla formazione e informazione va sempre associata la parte motivazionale: se non saremo capaci di toccare il lato emotivo di una persona, coinvolgendola in un percorso di salute, tutto questo servirà a poco:

la gente continuerà a vivere tutto come una pesante imposizione, si trattasse pure del trattamento più efficace e sofisticato, e quindi non aderirà o lo farà per poco tempo.

Spesso però l’anziano è restio a un cambiamento positivo

Non si può pretendere che una persona cambi le sue abitudini a 70 anni né si possono imporre sedute in palestra, ricette sane ma di difficile preparazione e camminate a chi si alza dal letto solo per guardare la tv mangiando gelato e vive rintanato in casa. È troppo tardi. La persona va preparata molto tempo prima in modo da scegliere consapevolmente la strada della prevenzione integrata. In parallelo alla gestione degli anziani di oggi dobbiamo cominciare a preoccuparci degli anziani di domani partendo dai bambini perché

far adottare un comportamento in età matura è molto più difficile che farlo diventare un’abitudine da giovani.

Qui la scuola può fare di più. Ad oggi ti insegna tutto tranne come gestire te stesso: le informazioni nell’ambito della salute, della nutrizione e dell’attività fisica sono veramente scarse. Un punto di partenza importante sarebbe avere dei programmi di educazione alla salute più coraggiosi e completi, che non siano le solite quattro banalità che si dimenticano subito.

Quali sono gli aspetti della medicina anti-aging che richiedono oggi più attenzione?

Sulla parte nutrizione e attività fisica c’è già molto materiale da mettere in pratica. E la stessa cosa si può dire sulla parte di psicofisiologia e sulle tecniche di gestione dello stress, molto sottovalutate ma con buone possibilità applicative. Quella che non è stata ancora abbastanza sviluppata e che darà una grossa mano in futuro è tutta la parte della biologia molecolare e della genetica. Tra gli obiettivi della medicina anti-aging c’è quello di prevenire le disfunzioni cognitive tra cui i deficit della memoria e l’Alzheimer.

L’approccio integrato descritto in precedenza può prevenire le malattie neurodegenerative?

Io credo che quasi tutte le patologie della terza età, essendo legate ad un processo degenerativo, abbiano una base comune e siano collegate l’una all’altra. Anche se non le abbiamo ancora del tutto comprese, cominciamo a vedere che l’ossidazione, l’infiammazione, la glicazione sono fenomeni trasversali che riguardano un po’ tutte queste patologie, dall’osteoporosi all’Alzheimer. È un aspetto che può sorprendere ma è così. Per esempio moltissimi malati di Alzheimer hanno problemi metabolici, sono degli iperglicemici storici o hanno il diabete. Anche se non si tratta di azioni preventive dirette e dai risultati quantificabili, credo che esistano molte indicazioni per cui un progetto di prevenzione come quello sopra descritto agisca molto trasversalmente e quindi sia destinato ad agire preventivamente anche sul cervello.

Noi pensiamo che ci siano differenze enormi fra il cervello, le ossa e i muscoli: in realtà dal punto di vista cellulare e molecolare non è che ce ne siano poi tante.

Per questo sono convinto che un approccio integrato capace di contrastare alcuni dei fenomeni ossidativi e infiammatori sopra descritti e gli squilibri ormonali nel tempo sortisca un effetto preventivo su tutte queste patologie. Che ci siano molti nutrienti che hanno un’azione preventiva e protettiva nei confronti dei processi neurodegenerativi già si sa. Ora si tratta di proseguire su questo filone, dando rapida attuazione ai risultati delle nuove ricerche.